L'amico americano di Wim Wenders era stato uno dei primi film con cui, a diciannove anni, mi ero cominciato a porre delle questioni su come si pensava un film. Ho un attaccamento affettivo a questo regista e penso che una grande percentuale del suo lavoro si di altissima qualita'.
Purtroppo La terra dell'abbondanza si colloca fra le sue cose meno riuscite. Per chi ha visto tutti o quasi i film di Wenders la prima brutta sorpresa e' la brutta qualita' dell'immagine (maledetto digitale). L'altro grosso problema del film e' lo scopo morale-politico, cosa in cui il regista tedesco non eccelle, e forse e' per questo che i suoi migliori film parlano sempre dell'intimita' dell'animo umano, o di grandi problemi filosofici, e mai lanciano un messaggio politico.
Ai tormentati protagonisti dalla personalita' sfaccettata questa volta Wenders ha preferito due personaggi con cui lo spettatore non si puo' identificare, una ragazza pacifista ma senza grinta, un uomo super patriottico perche' in fondo psicopatico che dovrebbe esemplificare tutta la paranoia post-undici settembre di cui e' stata, e' ancora, preda l'America. Il dialogo fra i due e' quasi sempre scontato e la voce fuori campo, dell'uno o dell'altra, spiega quello che si dovrebbe soltanto vedere in un film: l'emozione.
Ad attenuare il disastro, dal punto di vista cinematografico, ci sono certi temi ricorrenti di Wenders, sia estetici che narrativi, che soccorrono il fan disorientato. Il paesaggio americano, pur distorto dal digitale, e' inconfondibilmente simile a quello di Paris-Texas, cosi' come il tema, minoritario, dello strappo in famiglia da ricucire, mi ricorda quel film.
Non il peggiore film di Wenders, ma certo troppo scontato per essere apprezzato dai suoi estimatori. Questo e' quello che succede quando si sacrifica la poesia alla politica. La sfida semmai e' combinarle insieme.
L'ho scritto io alle 9/22/2004 01:39:00 AM
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