Domande:
Cosa esattamente mi ha spinto ieri ad abbandonare i miei studi e ad andare a vedere, a prezzo intero, Alexander? La ricerca di uno svago, il regret di non andare più spesso al cinema, una residua fiducia in un regista che bene o male ha lasciato il segno nel cinema americano?
Ma la domanda più importante è: cosa esattamente ha spinto Oliver Stone ha girare, di questi tempi, la biografia di un condottiero occidentale, o quasi, che conquista la Persia e l’oriente?
Ma non era lui quel regista "di sinistra" così odiato dal mainstream americano? Non è quello che ha parlato della tragedia inutile del Vietnam (Platoon, Nato il 4 di luglio), della rapacità della finanza (Wall Street), delle congiure politiche (JFK)? Com’è che adesso racconta la storia di un “sognatore” che alla testa di un esercito va a “liberare i popoli dell’oriente dalla schiavitù”?
Risposte:
Se Alexander fosse soltanto un autogol del regista rispetto a tutte le sue convinzioni politiche precedentemente professate, poco male. Ma il problema del film non è politico, ma estetico. Gli errori, già nel progetto più che nella realizzazione, sono talmente tipici che il film si potrebbe portare ad esempio (negativo) per i corsi di produzione e regia nelle scuole di cinema.
La predica. È una regola, se vuoi essere un autore e condisci il film con una “morale” vai verso il disastro artistico. In più in questo film il messaggio è contraddittorio, Alessandro porta in oriente la “civiltà”, ma sogna un impero multiculturale e globalizzato dove gli scambi avvengano liberamente. Come nei film di propaganda degli anni cinquanta, la predica per lo spettatore viene affidata a un narratore finale, in questo caso Hopkins/Tolomeo, che si lancia in un pippone di almeno cinque minuti, dopo che già ci siamo sorbiti due ore e mezzo di film.
Il découpage. Come si deve “montare” la storia di un uomo che conquisterà mezzo mondo? Nel fatto che Stone alterni un racconto lineare con momenti in cui torna indietro o avanti improvvisamente si avverte l’incertezza derivante dal non sapere come gestire il fatto che già conosciamo il finale. Purtroppo nessuno di questi espedienti serve a spezzare la noia (per una lezione hollywoodiana su questo problema vedi invece Titanic).
La didattica. A causa del fatto che lo spettatore americano, che pensa che i gladiatori siano greci, non sa di cosa stiamo parlando, la sceneggiatura si sforza di spiegare un minimo del contesto storico e geografico. Ma la didattica rallenta lo slancio narrativo. Inoltre la mappa sui cui Tolomeo traccia i percorsi di Alessandro ha i nomi scritti in inglese e in alfabeto latino invece che greco. Così Menfi in Egitto diventa Memphis, che si può scambiare per la città di Elvis.
Il cast. La scelta degli attori è forse la misura dell'intuito di un regista. Colin Farrell col parrucchino biondo sembra Cicciobello, altro che guerriero determinato e sanguinario. La Jolie è pessima, come sempre. Hopkins va sopra le righe con la recitazione (per quello che si può capire dal doppiaggio), non siamo in teatro! Si salva Val Kimer, nel ruolo del padre Filippo e anzi ora mi sembra che questo attore sia stato sempre sottovalutato. Gli attori devono essere scelti per rendere credibili i personaggi, questi non lo sono.
Se continuo faccio un saggio, quindi concludo questo penoso elenco. Segnalo soltanto, per chi ha letto Edward Said, l'orientalismo di certe scene, in particolar modo la calata di Alessandro e i suoi nell'harem di Babilonia, ritratto come un postribolo di donne lascive in attesa su cuscini di seta, che passano il tempo facendo la danza del ventre.
Un film su Alessandro "il grande", da parte di un regista piccolo piccolo.
L'ho scritto io alle 1/18/2005 01:52:00 PM
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